L’insidia della tradizione degli uomini (Marco 7:1-13)

 
 

La parola tradizione rievoca ricordi di momenti festivi: gli spaghetti allo scoglio di ferragosto o una passeggiata di Pasquetta. Però, essendo creature abitudinarie, il nostro amore per la tradizione non si limita alle consuetudini familiari bensì s’estende all’ambiente religioso. La questione “tradizione” viene a galla ogni qualvolta ci domandiamo perché facciamo ciò che facciamo per poi rispondere: “abbiamo sempre fatto così.”

I farisei, quegli avversari instancabili del nostro Signore al tempo  del suo ministero terreno, erano tradizionalisti per eccellenza. Aderirono scrupolosamente al “la tradizione degli antichi” (Mark 7:3) per arrivare ad essere accettati davanti all’opera di Cristo. Intorpiditi dalla tradizione, anziché meravigliarsi davanti al fatto che “tutti quello che toccavano [Gesù] erano guariti,” (6:56), si preoccupavano della purezza delle mani dei suoi discepoli (7:3-5). Difatti, Gesù riservò le sue parole più severe per questi formalisti: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti…guide cieche…siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d’ossa di morti e d’ogni immondizia” (Matteo 23:13, 16, 27).

Ma, qual era il problema con il loro genere di tradizione?

Tradizione e rivelazione

Gesù non lascia che si intreccino minimamente il comandamento di Dio e la tradizione degli uomini (Marco 7:8, 9). Una tradizione è dunque, perlomeno secondo l’ottica biblica, qualsiasi insegnamento non rivelato nella Scrittura, sia prassi sia dottrina. È vero che una tradizione possa presentarsi come un’applicazione legittima della Scrittura. Però, una tradizione continua ad essere utile solo fintantoché si radica nella Scrittura, riconosce l’unicità della sua autorità e rispecchia il suo insegnamento in modo equilibrato. L’insidia della tradizione si manifesta quando si annebbia la netta distinzione tra la tradizione degli uomini e la rivelazione di Dio. Perciò, Gesù riconosce una sola fonte autorevole: la Parola di Dio (vedi ad es. Matteo 4:4; 5:17; Giovanni 10:35).

La tradizione farisaica non si sviluppò da un giorno all’altro e nel primo secolo si accumularono centinaia di regole che componevano “la tradizione degli antichi” (Marco 7:3, 5). La tradizione era ideata come una siepe per salvaguardare la Legge di Mosè (rivelazione). In altre parole, recinsero la Parola di Dio con la tradizione per assicurarsi di non mai violarla. Flavio Giuseppe, il noto storico giudaico del primo secolo, spiegò che “I farisei trasmisero al popolo certe leggi ereditate dai padri le quali non sono scritte nella legge di Mose” (Antichità giudaiche, 13:297). Erano appunto non messe per iscritto e, pertanto, non facevano parte delle Scritture.

Questa tradizione, che girava oralmente nel primo secolo, venne raccolto nella Mishnah all’inizio del terzo secolo. La Mishnah contiene un intero trattato sulle mani (Yadiam). Basta un assaggio per accorgersi della pedanteria dei suoi precetti: Un lavacro rende pure le mani solo se c’è la quantità giusta (1.2), versata dal contenitore giusto (1.4). È vietato versare l’acqua dai lati di una barocca crepata (1.2). Un uomo non può unirsi le mani a forma di coppa per versare acqua sulle mani di un altro uomo (1.2). Le mani diventano impure ogni volta che toccano qualcosa di impuro, ad esempio viveri, vestiti, e vasi (3.1). Infatti, “Tutte le Sacre Scritture rendono le mani impure” (3.5). 

Volente o nolente, le aggiunte possono snaturare la cosa a cui vengono aggiunte. Forse ci vuole un’illustrazione culinaria. Quando smette una pizza di essere una pizza margherita? Quanti ingredienti si devono aggiungere prima che non si possa più chiamarla margherita? La siepe farisaica invadeva ciò che doveva proteggere. Le applicazioni umane della Legge divina hanno assorbito la Legge divina, risucchiando l’intenzione dell’Autore originale, soffocando la grazia di Dio e lasciando soltanto un legalismo ipocrita.

Come possiamo intendere la gravità del pericolo della tradizione degli uomini?

Il danno della tradizione degli uomini

(1) La tradizione degli uomini maschera la condizione del cuore (Marco 7:6)

Rimproverando i farisei, Gesù riportò le parole del profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me” (Marco 7:6). La frase di Isaia si trova in un contesto di giudizio contro il guscio vuoto del formalismo in voga all’epoca in Israele. La tradizione degli uomini maschera la vera condizione del cuore perché aderendosi ad essa ci si convince che ci sia pace, mentre pace non c’è. L’esteriorità placa la conoscenza e fa si che ci si senta vicini a Dio, però non si è spinto a confidare in Dio perché non esige nulla se non ciò che si può fare con le proprie risorse. In altre parole, non ci si deve sbarazzare della propria autonomia: si può seguire Dio confidando in sé stessi. La tradizione umana non può attingere al cuore.

È il cuore che conta perché esso è il vero io; il nucleo centrale della nostra esistenza. L’esortazione di Salomone tramette la stessa concezione: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita” (Proverbi 4:23). Benché lo si consideri spesso il luogo dell’emozione, nell’uso biblico la parola “cuore” abbraccia altresì la mente e la volontà: la mente in quanto si pensa nel cuore e si comprende con il cuore (ad es. Macro 2:6; Matteo 13:3), e la volontà in quanto si desidera nel cuore (ad es. Salmo 36:4; Matteo 6:21) e si crede con il cuore (ad es. Romani 10:9). 

Per di più, è il cuore che importa a Dio. “L'uomo guarda all'apparenza, ma il SIGNORE guarda al cuore” (1 Sam. 16:7; cfr. Matteo 22:37). Ciò ci risulta problematico poiché “Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno” (Geremia 17:9). Infatti, nel paragrafo seguente (Marco 7:14-23) Gesù spiegherà che non l’esterno può rendere l’uomo impuro agli occhi di Dio perché il suo cuore è già impuro. E la sua impurità, vale a dire la sua peccaminosità, è dovuta alla condizione del suo cuore.  

La gente si lascia felicemente intrappolare nella tradizione degli uomini perché, così facendo, non deve affrontare la realtà dell’immondizia che dimora nel suo cuore. Al meglio, la tradizione degli uomini provvede una specie di effetto placebo, ma la scrittura sola può trasformare il cuore (2 Timoteo 3:16-17; Ebrei 4:12).

(2) La tradizione degli uomini vanifica l’adorazione del Signore (Marco 7:7-8)

La tradizione degli uomini distorce il nostro culto. Gesù, citando ancora il profeta Isaia, dice: “invano mi rendono culto” (Marco 7:7). La loro adorazione era vacua e frivola. Poi, la frase successiva spiega la fonte della loro futilità: “insegnando dottrine che sono precetti di uomini” (Marco 7:7). I loro insegnamenti non erano che concezioni umane e opinioni mondane.

Il Signore non accoglie qualsiasi forma di adorazione. Solo Dio stesso può dirci come Dio vuole essere adorato. La tradizione degli umani rischia sempre di produrre presunzione anziché adorazione. La sincerità non può compensare l’insegnamento sbagliato e la dedizione serve a poco se si indirizza verso la meta sbagliata. L’adorazione che Dio riconosce è sempre una risposta sottomessa alla sua autorivelazione. Perciò, Il Signore annuncia: “Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito afflitto e trema alla mia parola” (Isaia 66:2).

Le aggiunte dei Farisei erodevano l’unicità della rivelazione di Dio, mettendo in discussione la sua efficacia e la sua rilevanza nella forma in cui era stata originariamente elargita. Non potevano veramente onorare Dio perché in fondo pensavano di saper meglio di lui. Non si può innalzare qualcuno e mettere in dubbio la sua capacità di comunicare nello stesso momento: è una contraddizione!

(3) La tradizione degli uomini rimpiazza la Parola di Dio (Marco 7:9-13)

Pur essendo nata per motivi nobili, questa sorta di tradizione finisce per rimpiazzare la rivelazione di Dio. Tali tradizioni tendono a moltiplicarsi e l’esempio invocato da Gesù era soltanto un assaggio di una problematica molto più vasta (vedi v. 13: “Di cose simili ne fate molte”). Moltiplicandosi e man mano mettendo radici nella mente della gente, queste tradizioni offuscano il confine tra tradizione e rivelazione.

Le parole del nostro Salvatore sono sia chiare sia decisive: “Avendo tralasciato il comandamento di Dio, vi attenete alla tradizione degli uomini” (v. 8), “come sapete bene annullare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione” (v. 9) e “annullando così la parola di Dio con la tradizione che voi vi siete tramandata” (v. 13). Insomma, C’è un nesso tra l’abbandonare la Parola divina e l’abbracciare la tradizione umana. Si deve lasciare il comandamento di Dio per poter fare spazio alla tradizione degli uomini.

Se ci si trova a fare la spesa al supermercato e i cestini sono finiti e si è senza moneta per il carrello, si prova a portare il più possibile in braccio. Ma si deve scegliere. I farisei i gli scribi scelsero la tradizione degli uomini e pertanto non c’era spazio per la Parola di Dio. Dovevano rinunciare all’una per avere l’altra.

In fine, Gesù fornisce una prova palese che la loro tradizione aggrediva la Parola invece di proteggerla (Marco 7:11-12). Egli cita il quinto comandamento (Esodo 20:12; Deuteronomio 5:16) e Esodo 21:17 dove la sua serietà viene ribadita. In questo caso la tradizione è degenerata trasformandosi in una scappatoia per fuggire la responsabilità davanti a Dio. Crearono un modo per “donare a Dio,” disubbidendo alla Parola di Dio. Quest’è la logica della tradizione degli uomini: Onoriamo Dio ignorando ciò che ha detto.  

Il farisaismo si è estinto? Era un problema che affliggeva soltanto la chiesa antica?  

3 RIFLESSIONI FINALI

  1. La legittimità di una tradizione non può essere presunta. L’insegnamento del nostro Signore sulla tradizione non ci autorizza ad abbracciare ciecamente qualsiasi tradizione. Dobbiamo sempre analizzare ogni insegnamento alla luce della sua fedeltà alla Parola di Dio (Atti 17:11). La così detta cattolicità di una tradizione importa solo se si radica nella Parola di Dio. Nel primo secolo tutti quasi tutti i giudei caddero in preda del legalismo dei farisei (Marco 7:3) e i farisei erano portavoce dell’ufficiale entità religiosa. Non si può dare per scontato che una tradizione sia legittima soltanto perché vanta tanti aderenti. Solo la Parola di Dio (rivelazione) è sempre un’autorità legittima.

  2. La soggettività è l’inevitabile prodotto della confusione tra tradizione e rivelazione. A volte i Padri della chiesa si contraddicono. Un papa può essere accusato di eresia da altri papi (Onorio I) e ci furano periodi in cui non si sapeva chi fosse il papa, perché ce ne erano diversi (vedi ad es. il concilio di Costanza). L’unica speranza di oggettività è la sola Scrittura perché non è mescolata e distorta con pensieri umani (2 Pietro 1:20-21). Chiunque può sostenere di essere ispirato dallo Spirito Santo. Però, si conosce lo Spirito della verità perché concorda sempre con i libri scritti dagli apostoli (1 Giovanni 4:6) che erano ispirati dallo Spirito Santo (Giovanni 14:26). Non si può dimostrare che una dottrina o una pratica è d’origine apostolica tranne nella misura in cui ciò può essere confermato dagli scritti apostolici, ossia il Nuovo Testamento.

  3. L’unicità dell’autorità della Parola di Dio deve essere sempre protetta. I protestanti non sono contro i Padri della chiesa e la tradizione che trasmisero (ad es. nel suo capolavoro, Istituzione della chiesa cristiana, Calvino citò Agostino più di mille volte). La tradizione di per sé è inevitabile. La vera domanda è: “come la trattiamo?” Ci si deve chiedere se le parole di Cristo lascino spazio per una tradizione che si ritiene autorevole quanto la Scrittura (vedi ad. es. Il concilio di Trento, Sessione IV; Il Concilio Vaticano II, Dei Verbum, 2.10; Il catechismo della chiesa cattolica, 2.2.82).

Che Cristo ci elargisca la grazia di guardarci bene dal lievito della tradizione degli uomini (vedi Marco 8:15), custodendo la distinzione tra rivelazione divina e tradizione umana.

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IL SANGUE PREZIOSO*

Benedetto Signore Gesù,

Davanti alla croce m’inchino e vedo l’atrocità del mio peccato,

la mia iniquità che ti fece diventare maledizione,

la malvagità che suscita la severità dell’ira divina.

          

Mostrami l’enormità della mia colpa tramite

la corona di spine,

le mani e i piedi trafitti,

il corpo livido,

i pianti di morte.

Il tuo sangue è il sangue di Dio incarnato,

il suo valore è infinito, la sua importanza al di là di ogni pensiero.

Infinite devono essere la malvagità e la colpa che esigono tal prezzo.

Peccato è la mia infermità, il mio mostro, il mio nemico, la mia vipera,

nato alla mia nascita,

vivo nella mia vita,

forte nel mio carattere,

dominante sulle mie facoltà,

mi segue come un’ombra,

si interseca con ogni mio pensiero,

la mia catena che mi trattiene prigioniero nell’impero della mia anima.

Peccatore quale sono, perché il sole dovrebbe darmi luce,

L’aria fornirmi respiro,

la terra sopportare i miei passi,

i suoi frutti nutrirmi,

le sue creature servire i miei fini?

Tuttavia, le tue compassioni si accendono per me,

il tuo cuore si affanna per la mia salvezza,

il tuo amore supportò la mia maledizione,

la tua misericordia portò le ferite al posto mio.

Fa’ che io cammini umilmente nei più profondi abissi di umiliazione,

bagnato del tuo sangue,

con una coscienza tenera,

trionfante con gloria come erede della salvezza.

*Una traduzione di una preghiera puritana, “The Precious Blood,” che si trova nella raccolta di preghiere puritane, The Valley of Vision.

Come prendere una decisione saggia

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PRINCIPI GENERALI

  • Temi il SIGNORE. Il timore del SIGNORE è il principio della saggezza (Prov. 1:7; 9:10). Puoi temere il SIGNORE soltanto nella misura in cui lo conosci per mezzo della sua autorivelazione, la Parola di Dio (Deuteronomio 4:10, 17:18-19; Salmo 19:9; 119:38).
  • Prega per saggezza (Giacomo 1:5).
  • Sta’ attento al tuo cuore (Proverbi 4:23; 28:26), non dare per scontato che i tuoi pensieri o i tuoi sentimenti siano attendibili (Proverbi 3:5-7), e non dimenticare la presenza del peccato (Giacomo 1:14) e la possibilità dell’inganno (Galati 6:7; Giacomo 1:16). 
  • Cerca consiglio da coloro che possiedono la saggezza biblica (Proverbi 13:20; Filippesi 3:17).

IL PROCESSO DECISIONALE “BIANCO O NERO”

  • Determina se la Bibbia ne parli specificamente (Salmo 1:2).
  • Non trascurare di applicare i principi di fondo (Matteo 22:37; 1 Corinzi 10:31). Solo perché la Bibbia non proibisce qualcosa esplicitamente, non significa che vada bene. 
  • Riconosci che esistono questioni di coscienza nelle quali abbiamo la libertà di scegliere ciò che ci sembra giusto (Romani 14).
  • Sottomettiti alla Parola di Dio con tutto il cuore (Isaia 66:2).

IL PROCESSO DECISIONALE “ZONA GRIGIA”

La seguente lista di domande mira ad aiutarti a prendere decisioni che piacciono a Cristo nelle aree grigie (2 Corinzi 5:9). Decisioni nella zona grigia sono di per sé amorali cioè scelte nelle quali tutte le opzioni non comportano peccato.

  • Promuove il tuo bene spirituale (Filippesi 1:9-10; 1 Corinzi 10:23)?
  • Possiedi tutte le informazioni necessarie per prendere una saggia decisione (Proverbi 18:13, 17; 20:25)?
  • È una decisione a lungo termine (Proverbi 5:4; 16:25; 23:32; 29:21; Galati 6:7)?
  • Ti esporrà alla tentazione (Matteo 6:13), ti aggiungerà un peso inutile (Ebrei 12:1-2), ti potrà domare (1 Corinzi 6:12), ti renderai ricolmo di qualcosa a parte lo Spirito (Efesini 5:18)?
  • Se non vuoi fare qualcosa, perché? Sei motivato da paura peccaminosa, orgoglio sotto forma di autoprotezione, o aspettative non bibliche (Matteo 6:25-34; 3 Giovanni 9; 2 Timoteo 3:12)? 
  • Come influenzerà gli altri (Matteo 23:39; 1 Corinzi 8:8-9)?
  • Come avanzerà o ostacolerà l’evangelizzazione (Matteo 28:18-20; 1 Corinzi 10:32-33)?
  • È una decisione che si conviene a ciò che credi riguardo al Vangelo (1 Corinzi 6:19-20; Filippesi 1:27, 29; Efesini 4:1)?
  • Puoi ringraziare Dio alla luce di questa decisione (Romani 14:6; 1 Corinzi 10:30-31; Colossesi 3:17; 1 Tessalonicesi 5:18)?

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Riflessioni sul crollo del ponte Morandi

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Attraversavo spesso il ponte Morandi, insieme a migliaia di altri. Non mi è mai venuto in mente di dubitare della sua robustezza. Per quanto ne so io, perfino coloro che avevano dubbi sull’integrità della sua struttura, si servivano comunque del ponte senza battere ciglio. La tragedia è sempre lontana finché un ponte non crolla nella nostra città. Il nostro senso della precarietà della vita e le sue svariate paure sono spesso acquietati dal solito tran tran della vita il cui ritmo ripetitivo ci è ingannatore, in quanto ci acceca alla nostra vulnerabilità. Non è che dobbiamo necessariamente immaginarci immortali, è che piuttosto diamo per scontato che avremo un domani.

Davanti a una tragedia così, risposte affrettate sono di rado adeguate. Le seguenti riflessioni non pretendono di fornire una sorta di soluzione rapida a coloro che hanno appena subito una perdita incalcolabile. Infatti, la Parola di Dio è estranea a rimedi troppo semplici poiché le sue pagine non rifuggono dalla sofferenza e dalla tristezza che s’intrecciano con la vita umana. Una risposta radicata nel pensiero di Dio, vale a dire biblica, non sorvola i problemi esistenziali suscitati da un tale disastro, bensì li affronta faccia a faccia. Se li vogliamo affrontare ugualmente, non possiamo limitarci a esprimere indignazione riguardo a un’incidente che era forse del tutto prevenibile. Pur essendo validi interrogativi sulla condizione della struttura prima del crollo, queste non possono eclissare le riflessioni personali ancora più significative. Non possiamo perdere l’occasione di riflettere sulla fragilità della nostra esistenza.

Sono indubbiamente rilevanti le parole di Giacomo: «E ora a voi che dite: “Oggi o domani andremo nella tale città, vi staremo un anno, trafficheremo e guadagneremo”; mentre non sapete quel che succederà domani! Che cos'è infatti la vostra vita? Siete un vapore che appare per un istante e poi svanisce» (4:13-14). Oggi non festeggiano Ferragosto persone che ieri sono partite per le ferie con macchine cariche di attrezzi per la spiaggia. Altri percorrevano quella strada per l’ennesima volta, senza sapere che sarebbe stata anche l’ultima. Il crollo del ponte Morandi dovrebbe far crollare ogni pensiero che siamo padroni del nostro destino e che il nostro domani sia sicuro. La fragilità del ponte smaschera la fragilità della nostra esistenza.  

Il riconoscimento della nostra transitorietà non è però un fine in sé, bensì un binario lungo il quale ulteriori riflessioni si possono dirigere:

  • Innanzitutto, risvegliarci alla nostra fragilità dovrebbe provocare una ricerca d’aiuto al di fuori di noi stessi. L’uomo non può fungere da centro dell’universo. Infatti, e proprio a questo punto che il passo di Giacomo citato in precedenza ci porta: «Dovreste dire invece: “Se Dio vuole, saremo in vita e faremo questo o quest'altro”» (4:15). C’è qualcuno che ha controllo della nostra vita, e non siamo noi. Il fatto innegabile che la vita è passeggera ed effimera ci lascia disperati solo se continuiamo a confidare in noi stessi. Se volessimo mai interfacciarci con il mondo com’è effettivamente, dovremmo coltivare simultaneamente un senso della nostra piccolezza e un senso della grandezza di Dio.
  • Il fatto che si è verificato qualcosa a noi impensabile, oppure, perlomeno imprevisto, dovrebbe ricordarci che la nostra conoscenza è sempre limitata. Non è in grado di spiegare la nostra realtà nel suo complesso. Ci saranno forse alcuni tentati a dire tra sé e sé: “non capisco come un Dio buono possa lasciare che succeda una tragedia inutile.” Però, la nostra mancanza di comprensione non è evidenza dell’inesistenza di Dio né della sua incoerenza. Il crollo del ponte è soltanto un esempio tra tanti di qualcosa che travalica i limiti della nostra conoscenza. Infatti, la nostra limitatezza dovrebbe spronarci a cercare la conoscenza altrove. Per di più, se la sofferenza, la tristezza e qualsiasi altra realtà da noi ritenuta negativa possono avere un senso, è qualcuno altro che deve dargliene uno. «”Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie”, dice il SIGNORE. “Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri.”» (Isaia 55:8-9).
  • L’autoriflessione all’ombra di questa calamità porta a galla pure altre domande sul perché della sofferenza: Perché doveva succedere una cosa simile? Che senso ha la morte di tutte queste persone innocenti? Perché è successo a loro e non a me? Tutti i tre pensieri sono carichi di valutazioni morali. Se, però, le nostre valutazioni morali devono essere qualcosa di più di sole parole vacue, devono basarsi su un vero criterio di giudizio per la moralità. Anche nell’utilizzare termini che hanno implicazioni morali come “tragedia” e “dovere” facciamo accenno all’esistenza di un essere che è il metro di misura del vero bene e la sua fonte.
  • Se il punto di partenza è il cristianesimo biblico, rivolgersi a Dio davanti alla sofferenza non è mai una soluzione superficiale. Non è meramente un modo pratico per distrarci dall’angoscia per poi calmare le nostre paure. Dio Figlio entrò nella creazione, divenendo uomo. Era “un uomo di dolore, familiare con la sofferenza” (Isaia 53:3). Gesù Cristo può simpatizzare con la nostra debolezza, ma non soltanto, soffrì senza commettere peccato (Ebrei 4:15) offrendosi come un sacrificio perfetto al posto di peccatori. La crocifissione di Cristo e la sua incarnazione che l’ha resa possibile ci offrono un modo per capire la sofferenza, la sua causa ossia il peccato, e il suo rimedio.  
  • Il culmine della nostra fragilità è la morte; la grande livella. Sia di tragedia sia di vecchiaia dobbiamo tutti morire. Deve morire addirittura la persona che ora sembra quasi immune alla minima afflizione. Anche se la morte è naturale, trovarsi davanti ad essa ci sembra del tutto innaturale e c’è qualcosa nel nostro intimo che grida, “non dovrebbe essere così.” Siccome abbiamo il pensiero dell’eternità inciso sul cuore (Ecclesiaste 3:11), bramiamo una risposta alla morte. Se vogliamo afferrare una viva speranza ossia una speranza robusta che non s’affievolisce davanti alla morte, questa deve incentrarsi sulla resurrezione di Cristo (1 Pietro 1:3). Cristo distrusse la potenza della morte mediante la sua morte e la sua risurrezione ci assicura dell’efficacia della sua opera.    

Prima o poi ci abitueremo a fare una deviazione invece di attraversare il ponte Morandi sulla A10. Ci ambienteremo al vuoto dove c’era prima sospesa una massa di cemento armato. Ci stancheremo di riflessioni complesse e desidereremo il ritorno al ritmo che ci lascia portare avanti la vita spensieratamente. Rischieremo che l’attività frenetica ci renda nuovamente intorpiditi e ciechi davanti alla nostra fragilità. Non perdere l’occasione di riflettere sulla fragilità della tua esistenza mentre la fragilità del ponte è ancora fresca nella tua mente.