Riflessioni sul crollo del ponte Morandi

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Attraversavo spesso il ponte Morandi, insieme a migliaia di altri. Non mi è mai venuto in mente di dubitare della sua robustezza. Per quanto ne so io, perfino coloro che avevano dubbi sull’integrità della sua struttura, si servivano comunque del ponte senza battere ciglio. La tragedia è sempre lontana finché un ponte non crolla nella nostra città. Il nostro senso della precarietà della vita e le sue svariate paure sono spesso acquietati dal solito tran tran della vita il cui ritmo ripetitivo ci è ingannatore, in quanto ci acceca alla nostra vulnerabilità. Non è che dobbiamo necessariamente immaginarci immortali, è che piuttosto diamo per scontato che avremo un domani.

Davanti a una tragedia così, risposte affrettate sono di rado adeguate. Le seguenti riflessioni non pretendono di fornire una sorta di soluzione rapida a coloro che hanno appena subito una perdita incalcolabile. Infatti, la Parola di Dio è estranea a rimedi troppo semplici poiché le sue pagine non rifuggono dalla sofferenza e dalla tristezza che s’intrecciano con la vita umana. Una risposta radicata nel pensiero di Dio, vale a dire biblica, non sorvola i problemi esistenziali suscitati da un tale disastro, bensì li affronta faccia a faccia. Se li vogliamo affrontare ugualmente, non possiamo limitarci a esprimere indignazione riguardo a un’incidente che era forse del tutto prevenibile. Pur essendo validi interrogativi sulla condizione della struttura prima del crollo, queste non possono eclissare le riflessioni personali ancora più significative. Non possiamo perdere l’occasione di riflettere sulla fragilità della nostra esistenza.

Sono indubbiamente rilevanti le parole di Giacomo: «E ora a voi che dite: “Oggi o domani andremo nella tale città, vi staremo un anno, trafficheremo e guadagneremo”; mentre non sapete quel che succederà domani! Che cos'è infatti la vostra vita? Siete un vapore che appare per un istante e poi svanisce» (4:13-14). Oggi non festeggiano Ferragosto persone che ieri sono partite per le ferie con macchine cariche di attrezzi per la spiaggia. Altri percorrevano quella strada per l’ennesima volta, senza sapere che sarebbe stata anche l’ultima. Il crollo del ponte Morandi dovrebbe far crollare ogni pensiero che siamo padroni del nostro destino e che il nostro domani sia sicuro. La fragilità del ponte smaschera la fragilità della nostra esistenza.  

Il riconoscimento della nostra transitorietà non è però un fine in sé, bensì un binario lungo il quale ulteriori riflessioni si possono dirigere:

  • Innanzitutto, risvegliarci alla nostra fragilità dovrebbe provocare una ricerca d’aiuto al di fuori di noi stessi. L’uomo non può fungere da centro dell’universo. Infatti, e proprio a questo punto che il passo di Giacomo citato in precedenza ci porta: «Dovreste dire invece: “Se Dio vuole, saremo in vita e faremo questo o quest'altro”» (4:15). C’è qualcuno che ha controllo della nostra vita, e non siamo noi. Il fatto innegabile che la vita è passeggera ed effimera ci lascia disperati solo se continuiamo a confidare in noi stessi. Se volessimo mai interfacciarci con il mondo com’è effettivamente, dovremmo coltivare simultaneamente un senso della nostra piccolezza e un senso della grandezza di Dio.
  • Il fatto che si è verificato qualcosa a noi impensabile, oppure, perlomeno imprevisto, dovrebbe ricordarci che la nostra conoscenza è sempre limitata. Non è in grado di spiegare la nostra realtà nel suo complesso. Ci saranno forse alcuni tentati a dire tra sé e sé: “non capisco come un Dio buono possa lasciare che succeda una tragedia inutile.” Però, la nostra mancanza di comprensione non è evidenza dell’inesistenza di Dio né della sua incoerenza. Il crollo del ponte è soltanto un esempio tra tanti di qualcosa che travalica i limiti della nostra conoscenza. Infatti, la nostra limitatezza dovrebbe spronarci a cercare la conoscenza altrove. Per di più, se la sofferenza, la tristezza e qualsiasi altra realtà da noi ritenuta negativa possono avere un senso, è qualcuno altro che deve dargliene uno. «”Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie”, dice il SIGNORE. “Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri.”» (Isaia 55:8-9).
  • L’autoriflessione all’ombra di questa calamità porta a galla pure altre domande sul perché della sofferenza: Perché doveva succedere una cosa simile? Che senso ha la morte di tutte queste persone innocenti? Perché è successo a loro e non a me? Tutti i tre pensieri sono carichi di valutazioni morali. Se, però, le nostre valutazioni morali devono essere qualcosa di più di sole parole vacue, devono basarsi su un vero criterio di giudizio per la moralità. Anche nell’utilizzare termini che hanno implicazioni morali come “tragedia” e “dovere” facciamo accenno all’esistenza di un essere che è il metro di misura del vero bene e la sua fonte.
  • Se il punto di partenza è il cristianesimo biblico, rivolgersi a Dio davanti alla sofferenza non è mai una soluzione superficiale. Non è meramente un modo pratico per distrarci dall’angoscia per poi calmare le nostre paure. Dio Figlio entrò nella creazione, divenendo uomo. Era “un uomo di dolore, familiare con la sofferenza” (Isaia 53:3). Gesù Cristo può simpatizzare con la nostra debolezza, ma non soltanto, soffrì senza commettere peccato (Ebrei 4:15) offrendosi come un sacrificio perfetto al posto di peccatori. La crocifissione di Cristo e la sua incarnazione che l’ha resa possibile ci offrono un modo per capire la sofferenza, la sua causa ossia il peccato, e il suo rimedio.  
  • Il culmine della nostra fragilità è la morte; la grande livella. Sia di tragedia sia di vecchiaia dobbiamo tutti morire. Deve morire addirittura la persona che ora sembra quasi immune alla minima afflizione. Anche se la morte è naturale, trovarsi davanti ad essa ci sembra del tutto innaturale e c’è qualcosa nel nostro intimo che grida, “non dovrebbe essere così.” Siccome abbiamo il pensiero dell’eternità inciso sul cuore (Ecclesiaste 3:11), bramiamo una risposta alla morte. Se vogliamo afferrare una viva speranza ossia una speranza robusta che non s’affievolisce davanti alla morte, questa deve incentrarsi sulla resurrezione di Cristo (1 Pietro 1:3). Cristo distrusse la potenza della morte mediante la sua morte e la sua risurrezione ci assicura dell’efficacia della sua opera.    

Prima o poi ci abitueremo a fare una deviazione invece di attraversare il ponte Morandi sulla A10. Ci ambienteremo al vuoto dove c’era prima sospesa una massa di cemento armato. Ci stancheremo di riflessioni complesse e desidereremo il ritorno al ritmo che ci lascia portare avanti la vita spensieratamente. Rischieremo che l’attività frenetica ci renda nuovamente intorpiditi e ciechi davanti alla nostra fragilità. Non perdere l’occasione di riflettere sulla fragilità della tua esistenza mentre la fragilità del ponte è ancora fresca nella tua mente.